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Berta, nostra sorella, vive

Pubblichiamo di seguito l’articolo scritto da Stefano Parmeggiani dedicato a Berta Caceres attivista honduregna recentemente assassinata proprio per le sue battaglie ambientaliste, pubblicato su arbioitalia.org.

Berta Caceres era un’attivista honduregna appartenente al popolo indigeno Lenca, leader del movimento di opposizione al progetto Agua Zarca che prevedeva la costruzione di una grande diga sul fiume Guarcarque. Il progetto avrebbe provocato mancanza d’acqua per le numerose famiglie dei villaggi vicini, minando alla base la loro capacità di sussistenza, distruggendo l’ambiente nel quale queste comunità da sempre vivono le loro vite e dal quale dipendono in tutto. Tanto che per le comunità honduregne tutto ciò che esiste in natura è sacro, dagli alberi che respirano ai corsi d’acqua popolati da divinità femminili. Il progetto fu in effetti approvato senza alcuna consultazione del popolo Lenca, in palese violazione ai trattati internazionali che regolano i diritti dei popoli indigeni. Nonostante vari pronunciamenti delle organizzazioni internazionali per i diritti dei nativi, i grandi interessi economici hanno continuato a imporsi con violenza fino a che Berta e il Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (Copinh) da lei co-fondato non hanno costretto, con la loro opposizione strenua ma pacifica, la grande impresa cinese Sinohydro ad abbandonare il progetto.

L’opposizione pacifica di Berta e del Copinh hanno permesso di bloccare un enorme progetto idroelettrico nella regione del Rio Blanco, in Honduras.

Questo ed altri grandi progetti idroelettrici servivano nei piani del governo honduregno ad alimentare con energia a basso costo il settore delle estrazioni minerarie. Altri progetti in grado di causare enormi ferite di altro tipo nelle stesse terre. E’ un sistema che schiaccia persone ed ecosistemi interi in nome del profitto di grandi aziende multinazionali.

Pur essendo stata minacciata più volte, Berta non aveva mai indietreggiato nel portare avanti la sua battaglia, in difesa degli ultimi e contro lo sfruttamento selvaggio del territorio. Era stata anche arrestata, ma non si risparmiò mai nel denunciare la costruzione di quell’impianto non voluto dalla comunità indigena. Tutto ciò cozzava contro il principio di autodeterminazione dei popoli, del loro diritto ad usufruire del proprio territorio. La sua fede, nel riscatto umano ed ambientale, non era rimasta inascoltata, tant’è che ad aprile 2015 le venne assegnato il Premio Goldman, uno dei più ambiti riconoscimenti per chi lotta in difesa dell’ambiente.

Il discorso di Berta in occasione della sua premiazione ad ambientalista dell’anno col prestigioso Goldman Prize (2015).

Parlo al passato, di Berta Caceres, perché giovedì scorso (3 marzo 2016) è stata assassinata da qualche codardo nel suo letto mentre dormiva. Qualche codardo che la temeva ci ha voluto privare del coraggio di questa donna forte. Berta lascia 4 figli e un grande vuoto in tutti quelli che, ai quattro angoli del mondo, si battono ogni giorno per le stesse motivazioni. Secondo l’ONG Global Witness solo nel 2014 sono caduti 116 difensori della terra, in una media di due a settimana. Il 40% erano indigeni la cui unica colpa era quella di opporsi a progetti idroelettrici o di estrazione mineraria nella maggior parte dei casi imposti violando le Convenzioni internazionali sui diritti dei popoli indigeni ed il loro diritto al consenso previo libero ed informato. Tre quarti dei casi registrati da Global Witness erano in Centramerica ed in Sudamerica. Dal 2004 al 2016 solo in Honduras hanno trovato la morte 111 leader ambientalisti ed indigeni. Una strage silenziosa quella dei difensori della terra.

Non conoscevo Berta, eppure è come una sorella. Già, perché continua ad esserlo. Perché le idee non le puoi ammazzare, quelle se ne fregano del corpo e continuano a vivere sempre più potenti. In tutti quelli che leggeranno e ascolteranno il nome di Berta in futuro, si commuoveranno per la sua storia, si indigneranno per la sua fine, si impegneranno ancora di più per la stessa causa.

Protesta a La Esperanza in seguito all’uccisione di Berta Caceres.

Il modello che contestava Berta Caceres è quello estrattivista, che vede la terra e la natura come delle vacche da mungere senza riguardo, senza mai dare nulla in cambio. E’ un modello molto diffuso in tutto il mondo e da molto tempo, ma che ora sta arrivando anche da noi e diventa evidente ai più. Sempre più aggressivo, con sempre meno pudore. Lo definiscono alcuni tratti comuni: l’autoritarismo di chi sa di aver le spalle coperte dai soldi e dal potere che ne deriva, lo spregio per i diritti della natura e delle persone che vivono nelle zone interessate, l’orientamento esclusivo al profitto. Possiamo citare attività collegate con la deforestazione, i grandi progetti idroelettrici (come quello contro cui lottava Berta), i grandi progetti infrastrutturali, i grandi progetti minerari tra cui anche l’estrazione di idrocarburi. Parliamo delle sabbie bituminose del Canada, parliamo delle perforazioni in acque ultra-profonde come quelle in cui avvenne l’incidente del golfo del Messico, parliamo del fracking che imperversa negli USA, parliamo delle trivelle nei mari italiani. Parliamo cioè di tutti quei progetti che hanno ragione di esistere proprio per effetto della fine dell’era del petrolio: quando ce n’è sempre di meno e la nostra assuefazione è talmente grande che si arriva a raschiare il barile.

Ma da qualche altra parte questi progetti sarebbero comunque avvenuti e avvengono da tempo. In Nigeria ad esempio, dove negli anni vi sono stati incredibili violazioni dei diritti umani e disastri ambientali collegate con le estrazioni di petrolio nel delta del Niger; nell’Amazzonia peruviana dove qualche settimana fa ci sono stati due enormi sversamenti di petrolio; oppure in Brasile, come quando qualche mese fa i fanghi tossici di risulta di una miniera si sono riversati nel fiume Rio Doce e nell’Atlantico distruggendo tutto lungo il loro cammino. Sentiamo poco parlare di queste cose eppure avvengono, e ci riguardano.

Un volontario durante le operazioni di ripulitura in seguito al disastro del Prestige (Spagna, 2002).

Ma ogni volta che avvengono questi scempi, o stanno per avvenire, troviamo persone come Berta Caceres che vi si oppongono. Indigeni con pochi mezzi se non la propria determinazione a difendere i diritti inalienabili di ogni essere umano. Quello alla salute e alla tutela del proprio ambiente, cose che sono strettamente correlate. In particolare sono proprio i popoli nativi (i cui diritti sulle loro terre di origine sono tutelati dal diritto internazionale) a rappresentare oggi l’avanguardia mondiale nella lotta contro le multinazionali e una delle maggiori speranze nella lotta contro il modello estrattivista e i disastri che questo provoca, cambiamenti climatici in primis.

Ma è un mondo intero che si mobilita. E’ una rete di movimenti che lotta ognuno per casa propria, e che proprio per questo non può essere sconfitto. E’ uno dei movimenti distribuiti più forti e globali che si ricordi. Il problema che affrontano può assumere mille forme, ma ha sempre la stessa matrice. E per questo anche loro possono avere molti nomi, (no tav, no muos, no triv) ma lottano sempre per lo stesso motivo: per uno sviluppo che tenga in considerazione i diritti delle persone e della natura. Anche se cominciano quasi tutti per NO, sono tutti per il SI a qualcosa di diverso e di più giusto.

In questi mesi stiamo mettendo in pratica nelle nostre città, nelle nostre regioni, nel nostro paese la stessa lotta condotta da Berta e da tante altre persone in tutto il mondo. Una battaglia per rispettare il diritto a vivere in salute e a mantenere anche la nostra casa comune in salute. L’abbiamo voluta omaggiare con questo piccolo articolo, la omaggeremo ancora di più il 17 aprile andando a votare SI al referendum per fermare le trivelle nei nostri mari. La omaggeremo sempre, ogni giorno in cui lotteremo per i diritti delle persone, ogni volta che ci batteremo per fermare la devastazione e il saccheggio della nostra Madre Terra, ogni volta che rivendicheremo ciò che è giusto. Con i pochi mezzi a nostra disposizione, ma uniti e determinati.

Perché è così che Berta vinse, ed è così che Berta vive.